Il coronavirus? …l’abbiamo preso (quasi) tutti!

I coronavirus sono virus a RNA positivo dal diametro di circa 80-160 nm; vale a dire da 0,08μm a 0,16μm. Il granulo pollinico è una particella molto piccola, il cui diametro varia da 5 a 300μm (dunque in alcuni casi, fino a 3’700 volte più grande di quella di un coronavirus!). Eppure, è risaputo che durante le stagioni dei pollini, essi sono così diffusi nell’aria (poiché trasportati dal vento), che in pratica NESSUNO può ritenersi al riparo da un contatto con gli stessi (con o senza una mascherina sul viso). Ora, pensiamo al nostro ‘caro amico’ Sars-Cov-2, le cui particelle sono migliaia di volte più piccole di quelle dei pollini (dunque migliaia di volte più leggere-diffusive), emesse nell’aria da poche migliaia di persone e trasportate ovunque dal vento come nel caso dei pollini, quanti milioni di persone possano raggiungere e dunque teoricamente contaminare/positivizzare (il che NON significa infettare). Le mascherine in luoghi pubblici chiusi ci danno indubbiamente una confortevole sensazione/illusione di sicurezza, che però svanisce immediatamente nel momento in cui casualmente passiamo accanto a qualcuno con in mano una sigaretta (diametro particelle di fumo: 2,5μm; ovvero, da 15 a 30 volte più grandi di quelle di un comune coronavirus).

Medici e infermieri dei reparti Covid sono stati esposti tutti al virus, poiché si diffonde anche in aerosol. Ovviamente le mascherine fermano le grandi quantità di virus presenti nelle goccioline, ma non le piccole quantità presenti in aerosol. Le piccole quantità di virus presenti in aerosol non raggiungono quindi la dose minima infettante(1), in molti contesti, ma possono tuttavia positivizzare molto debolmente quasi tutti i soggetti esposti all’aerosol. Cosa vuol dire “molto debolmente”? Vuol dire che se viene eseguito un test in PCR a replicazione standard (medio-bassa), il virus molto probabilmente non viene neppure rilevato (e l’esito sarà quindi un falso negativo).

Le mascherine servono a ridurre, in ambienti chiusi, la carica virale infettante che potenzialmente possiamo ricevere in forma molto più diretta, venendo a contatto con goccioline sature di virus. Ciò significa che in ambienti chiusi e sovraffollati, indossando la mascherina, si respira ugualmente aerosol potenzialmente contaminato ma NON infettante, ma parallelamente proteggiamo gli altri e noi stessi (quando le distanze non possono essere mantenute) da goccioline potenzialmente contaminate e dunque in tal caso infettanti. L’aerosol può rivelarsi infettante solo in ambienti chiusi non arieggiati, a causa della progressiva saturazione di particelle virali in tali ambienti, qualora vi fossero presenti MOLTE persone infette. La differenza tra goccioline e aerosol, è che le prime hanno un diametro che va da 5μm a 10 μm, mentre le particelle di aerosol hanno un diametro compreso tra 0,001 µm e 1µm. Si tratta quindi di particelle molto più piccole rispetto alle goccioline, per cui la quantità contaminata, per rivelarsi infettante, deve essere ampiamente superiore a quella delle goccioline.

Positivizzarsi non significa necessariamente ricevere una carica virale infettante; ci si può positivizzare anche con cariche virali infinitesimali (da cui il fatto che un’esame in PCR non rileverebbe nulla, senza estremizzare la frequenza di ricopiatura dei frammenti virali). In ambienti esterni (non chiusi) aventi un’umidità relativa molto elevata, l’aerosol contaminato trova vita più facile poiché si lega facilmente al vapore acqueo, diffondendosi ovunque attraverso il vento. Dunque all’aperto vi è comunque il rischio di venire a contatto con il virus (anche con la mascherina) e di positivizzarsi, ma con una carica virale non infettante (ossia senza conseguenze patologiche) talmente piccola che quasi sempre non viene rilevata in PCR. Per cui avremo milioni di persone negative al test, ma che tuttavia sono entrate in contatto con il virus. Se testassimo tutta la popolazione italiana in PCR, estremizzando oltre ogni limite la frequenza di ricopiatura dei frammenti virali, scopriremmo molto probabilmente che il 75-80% della stessa, è entrata in contatto con il virus (poiché i test darebbero quasi tutti esito positivo).

Quindi possiamo sperare di avere già raggiunto la famosa “immunità di gregge?”. Purtroppo no. Quando si è molto al di sotto della dose minima infettante, nella grande maggioranza dei casi, l’organismo non riconosce il virus come agente patogeno e di conseguenza non produce anticorpi a sufficienza per una protezione ottimale, nella malaugurata eventualità di venire esposti ad una carica virale piuttosto elevata (infettante). Una recente ricerca svedese ha tuttavia mostrato come molte persone malate di Covid-19 in modo lieve o asintomatico (e che in molti casi non si sono accorte di avere la malattia), hanno sviluppato l’immunità mediata da cellule T, pur non risultando positive agli anticorpi nei test sierologici. Secondo il Prof. Matteo Bassetti, “ciò significa che probabilmente più soggetti nella popolazione hanno sviluppato immunità al Sars-Cov-2 rispetto a quanto suggerito dai test anticorpali”. In sostanza quindi, il fatto che il virus sia oggi molto più innocuo in Europa rispetto ai mesi di febbraio e marzo, potrebbe anche essere dovuto ad una elevata percentuale di immuni che non permettono al virus di replicarsi. 

Fausto Intilla, 3 luglio 2020

Note:

(1) Dose minima infettante (MDI): dose sotto la quale il contagio non produce infezione, ovvero comparsa di malattia.

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I virus che cadono dal cielo – Le Scienze